giovedì 31 luglio 2014

Il volo di Gea, una favola sull'empatia

Un racconto sull’empatia. Quando ci mettiamo nei panni degli altri si aprono nuovi orizzonti. 

L' uccellino cinguettava “ciu ciiiiuciu ciu” e i clienti del bar del Signor Antonio entravano volentieri a prendere un caffè nella terrazza per ascoltare il suo canto delicato e trillante come tanti campanellini. La sua voce argentina sembrava intonare un canto allegro e spensierato per la gioia dei clienti del bar che lo ascoltavano distratti e non vedevano la tristezza e la solitudine nei suoi piccoli occhi di uccellino.

Lui invece cantava ma non di allegria, il suo canto aveva parole tristi e malinconiche che gli ricordavano la sensazione del vento tra le piume delle ali e lo spettacolo magnifico delle chiome degli alberi viste da lassú, volando. Mentre cantava riusciva a non pensare alle sbarre della gabbietta e alla noia delle giornate che si ripetevano monotone.


Un giorno però successe qualcosa, una bambina entrando nel bar per comprare un gelato ascoltò il suo canto e si sentì improvvisamente triste senza sapere bene il perchè. Allora guardò negli occhi il piccolo uccellino, si accorse che la tristezza veniva proprio da quel canto e si avvicinò alla gabbia.



“Perchè sei triste?” sussurrò la bimba
“ciu ciiiu ciu” trillò l’uccellino

Gea, cosí si chiamava la bambina, aveva un segreto per capire gli altri anche quando le parole non erano d’aiuto: si immaginava di essere al loro posto, si metteva nei panni degli altri per capire le loro emozioni. E cosí fece, si immaginò di vivere chiusa in una piccola gabbia senza poter correre e giocare con gli amici.

Chiuse gli occhi per concentrarsi e all’improvviso sentí un formicolio alle gambe, come quando stava molto tempo nella stessa posizione: “Forse è proprio quello che sente quest’uccellino: di certo gli formicolano le ali per non poterle aprire e forse è triste perchè non è libero di volare come gli altri uccelli”, pensò. Per un momento le sembrò quasi che le fossero spuntate le ali e sentí un forte desiderio di volare in alto nel cielo.

Senza pensarci due volte Gea aprí la piccola gabbia sperando che nessuno la vedesse e l’uccellino la guardó cercando di capire perchè quella bambina gli aveva dato la libertà. Avrebbe voluto dimostrarle la sua gratitudine ma non sapeva come fare, allora fece un ultimo cinguettio di addio e seguí il suo istinto che gli diceva di aprire le ali e volare via.

 I clienti del bar senza capire cosa fosse successo si fermarono un istante, fu una frazione di secondo in cui sembrava che il tempo si fosse fermato. Nessun cucchiaino suonava contro il bordo della tazza, i ragazzi che scherzavano interruppero le loro risate e persino i cellulari per un attimo smisero di suonare.

 In silenzio Gea usci dal bar mangiando il suo gelato e si ritrovò a camminare per strada con lo sguardo rivolto verso il cielo, cercando distrattamente quell’uccellino dallo sguardo triste.


All’improvviso cominciò a sentire il fruscio del vento tra le dita, l’aria fresca le accarezza il viso e il rumore del traffico si sentiva in lontananza, ovattato. Chiuse gli occhi per assaporare quella sensazione di libertà e, con gli occhi chiusi, vide la città dall’alto, il porto con le barche dei pescatori e le colline alle spalle.

Capi che era il regalo d’addio dell’uccellino, il suo modo di dirle grazie: stava volando con lui e osservando il mondo con i suoi occhi.

Un grazie speciale a Gemma e Irene che mi hanno ispirato questa storia e mi hanno dato una mano ;) con le illustrazioni!

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